L'adescamento
A proposito del primo dei tre racconti che compongono il
volume Carlo Emilio Gadda ha scritto all'autore nell'autunno del 1956
una lunga lettera che comincia così: Il testo si lascia,
meglio si fa, leggere dal principio alla fine. Pessimo lettore, io l'ho
letto in un sol tratto. E'un racconto molto fine, molto intelligente: e
ben costruito. Ritengo che "Breve viaggio nel cuore della Germania"
possa iscriversi nell'elenco dei racconti di qualità drammatica
che meritano un punteggio di 90/100. Buono il richiamo dell'antefatto -
l'incarico dell'inchiesta e il vero o supposto amore per Anna -
alternato alle sensazioni paesistico archeologico-storiche del
protagonista durante la gita a Herzberg: aspetti della terra e del
popolo tedesco rapidamente notati:non pedantesco approfondimento,
che sarebbe stato errore di proporzione e di misura. Buona l'idea che
il
protagonista (lo suppongo cittadino U.S.A. in servizio militare) fosse
studioso di lingua e letteratura tedesca, il che, nell'economia del
racconto, significa ch'egli non aveva preconcetti relativi alle
qualità collettive di questo popolo, anzi un interesse per la
sua
cultura, la sua Storia, la sua anima. Buono il ritratto di Anna, la sua
psicologia fredda, distaccata, il sottofondo 'nazionalistico' della sua
reticenza e del suo contegno in genere, certa riservatezza un po' da
felino: e il fatto di far camminare in parallelo l'apparente storia
d'amore con quella che è la trama vera del racconto . . .
Dalla recensione di
Guido Devescovi: ….Le definizioni così nette e precise, la
validità di altre immaginì che associano con impensato
accostamento il concreto all'astratto, la sicurezza del pensiero e
delle
motivazioni, la padronanza assoluta del dialogo ci convincono che qui
ci troviamo di fronte alla rivelazione di un ingegno, al documento di
uno scrittore di razza. Si veda anche con quanto contenuto amore
è ridato il paesaggio a noi familiare (dico, a noi triestini).
Bastano alcuni accenni e ci troviamo dinanzi le colline del Carso, Val
Rosandra (la stupenda passeggiata notturna di Enrico Paulian che
diserta
con l'amico), San Sabba, l'Ilva, Servola, il promontorio di Muggia,
solo nominati è vero, ma con quella particolare
disposizione dell'animo per cui si affollano i ricordi. Città
Vecchia coi suoi vicoli rancidi e "profumati", Piazza Cavana,
il Palazzo del Lloyd, il Caffè Milano, col "pavimento di legno
nero e il piano di marmo rosa" dove non manca persino il
ritratto del professore e poeta Brosenbach, un assiduo, anni or
sono, di quel locale e che molti ricordano ancora con commozione, il
rumore fischiante dei tram lanciati a piena velocità
sul rettifilo del Giardino Pubblico, il ritrovo nella
trattoria Belvedere "a mezza collina", da cui si dominano gli
scali dell'Arsenale e il "gran lago dei binari tra i silos e la
strada" ma, soprattutto, l'inconfondibile atmosfera
della città, delle ripide e strette strade che salgono la
collina e "si aprono come steli di colpo sui calici di improvvisi
panorami", i "muri grigi dei giardini percorsi dalla bora", il
vento "che toglie il respiro e stringe gli occhi", "la ruggente
aggressività del mare sulle rive", quel mare che assume "il
colore dell'allumimo allorchè il sole lo prende di traverso,
togliendogli toni azzurri e profondità"….E che struggente
nostalgia ci prende, quasi fossimo anche noi presenti, quando il
giovane Paulian, in quella marcia notturna per la campagna
inzuppata di acqua di cui dicemmo, si gira a guardare, dopo il
temporale, ed è già il crepuscolo, per l'ultima volta
(poichè non la vedrà più, ucciso come
sarà in un rastrellamento dei tedeschi sull'altipiano del Carso)
la città lontana, "tra due querce che stillano pioggia". Ed
essa era "avvolta ai fianchi di fiabeschi vapori,
azzurro e rosa, il profilo frastagliato e caparbio che sfumando per
toni grigi, si protendeva nell'aria immensa che le stava sopra
come un vessillo di corsa" . Il lettore, trascorrendo, si
dovrà soffermare pure su certi particolari che ci inducono
al pieno consenso per la gioia della scoperta…..E si potrebbe
continuare
e rilevare il polso fermo e la precisione spietata dimostrata
anche nelle descrizioni realistiche (sebbene il Rosso sia
tutt'altro, s'intende, che un realista o giù di lì)
come quella, per esempio, dei morti che cadono a terra, quando si
aprono i camion del campo di concentramento appositamente
attrezzati per l'asfissia, morti che hanno ora un color verde chiaro
come se la loro carne fosse divenuta di "giada" e son sporchi di
feci lungo le gambe e, se bambini, per tutto il corpo, perché le
feci dei grandi erano colate loro addosso. E infine, quella della scena
finale dell'Adescarnento, dello Slank reduce da un campo di
concentramento della Germania, liberato appena in tempo dagli
americani. Ridotto ormai a un automa strascinante i piedi,
tutto gonfio e paonazzo nella faccia per le iniezioni di glucosio
fattegli a rimpolpargli il corpo ridotto ad uno scheletro,
che non ricorda più nemmeno il nome dell'amico da lui
persuaso a morire. Qui il Rosso ha dato veramente il brivido
dell'orrore e il lettore che sa quanta verità patita ed
esperienza del disegno e delle proporzioni ci vogliono per dar forma
d'arte a simili avventure, dovrà pur consentire con
noi se non esitiamo a considerarlo tra i migliori scrittori della nuova
generazione, e giusto motivo d'orgoglio della nostra città.
Dalla recensione apparsa sul Times Literaiy Supplement per
l'edizione inglese: Renzo Rosso è capace di cogliere
l'essenza di un uomo o di una situazione con poche parole, senza
artifici e con uno stile trasparente. Tutto quello che racconta, in
forza della sua stringatezza, colpisce per la penetrante precisione.
Sono pochi gli scrittori del suo livello in grado di restituirci
gradualmente il mosaico degli atteggiamenti, degli slanci, delle
velleità dei tormenti e delle raggelate speranze dell'Italia
degli anni quaranta.
Hanno scritto sull'Adescamento: Arnaldo Bocelli, Enrico Falqui,
Pietro Citati, Piero Dallamano, Giorgio Bergamini, Michele Rago, Carlo
Salinari, Alberto Sensini, Marcello Fraulini, Geno Pampaloni,
Ferdinando
Virdia, Giacinto Spagnoletti, Giuliano Gramigna.
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