L'adolescenza del tempo
Ed. Frassinelli.
Ha scritto Stefano Giovanardi: . . . puro
romanzo, altro che memorie private. Tanto è vero che lo stesso
Rosso, forse anche per accreditare la veridicità di ci che
racconta, è come portato a stemperarla, quella materia
narrativa,
nel giro lungo di un periodare sintatticamente sontuoso, che concede
ampio spazio alla testimonianza spesso ironica sulla beata incoscienza
di allora, sul sottile ma robustissimo diaframma interposto da una
giovinezza appena cominciata tra lui e le immani tragedie che la
circondavano. Sono propenso a credere, scrive Rosso, rievocando una
fine
delle ostilità che per Trieste significò l'inizio dei
famigerati quaranta giorni di Tito che per quanto mi riguarda la prima
giovinezza sia finita qui; percorrendo il proprio esaltato e crescente
tumulto interno essa aveva intravisto a malapena il sanguinario
spettacolo generale e solo sfiorato l'umiliazione della follia e della
ferocia. Gli strumenti che mi erano stati dati per misurare la
realtà credo fossero alquanto scadenti. Disponevo solo delle
categorie del carattere, di un istinto avverso alla prepotenza e di una
vista attenta. Ed è proprio quell'adolescenza vitale e gioiosa,
rivolta con tutta se stessa alle scoperte del sesso e alla musica a
entrare in profondo e infine perdente conflitto con una barbarie
già bene organizzata e in sfacelo In conclusione Rosso dichiara:
Le pagine che ho finito di scrivere non sono e non volevano essere un
diario; esse hanno toccato per lo più la superficie di alcuni
episodi; è sotto di essa che deve trovarsi la maggior parte
dell'esperienza, il cumulo di quegli accidenti discreti che si
dispongono lungo la linea del destino personale. E che talvolta escono
poi alla luce, imprevedibilmente, come suggerimenti narrativi.
Ha
scritto Geno Pampaloni: Di Renzo Rosso, qualche anno fa, scrivevo
che "il suo passo stilistico è una raffinata
durezza, una sostenutezza portata sino alla glacialità". Questo
libro, assai bello, conferma e al tempo stesso corregge quel
giudizio. Dopo più di quarant'anni Rosso ripercorre, quasi
rivolgendosi ai suoi lettori recitando "a braccio", le vicende vissute
dal 1943 al '45 a Trieste, dall'occupazione tedesca all'irruzione
degli slavi di Tito; da un lato per documentare "un momento storico",
dall'altro per consegnare al racconto autobiografico la fine della
giovinezza. La sobria asciuttezza della prosa non viene meno nella
serie
di "istantanee" incise nella memoria; ma si accompagna a una gentilezza
o morbidezza emotiva che ne siglano la novità e che credo siano
dovute anche al ricordo degli amici morti, per lo più
barbaramente uccisi. L'autore che nel '43 aveva 17 anni e studiava al
Conservatorio è rimasto fedele alla vocazione musicale durante
le molte avventure attraversate. Ed è la musica più volte
a salvarlo, guadagnandogli la tolleranza o la benevolenza dei tedeschi,
musicofili inveterati. Il racconto si svolge su tre piani. Uno è
autobiografico, cronaca e psicologia. Rosso non si sofferma quasi mai
sulla drammaticità delle vicende, nel senso che non assume il
ruolo della vittima. Il sentimento prevalente è un amaro
stupore: "La durata di ogni esperienza si era accorciata, la gerarchia
dei valori individuali e la dignità della persona si erano
ristrette in uno spessore minimo". Durante la prima detenzione si
sentiva come un "prigioniero in vacanza", ospite di un "collegio estivo
aperto poche ore prima e ancora senza insegnanti", uno tra i molti
"topi affamati" confuso nella "mandria di anime perse" dei prigionieri
costretti a lavorare per i tedeschi, sorretto, nei momenti di rivolta
quando la morsa si allentava perché la sconfitta tedesca era
vicina, da una "stanca spavalderia", partecipe di una "partita scenica
governata dalla parodia di un'imitazione, e cioè a qualcosa dl
impotente e di patetico". L'altro motivo è la frequenza dei
ritratti, dono narrativo dello scrittore. A cominciare dalla
laboriosissima madre ("la rivedo con le forbici in mano tutto il santo
giorno, a tagliare i bollini delle tessere annonarie, che è
chiaramente un'iperbole della memoria")… L'insegnante di religione, don
P. "un uomo in carne, pallido, dal mento rotondo, più largo al
ventre che alle spalle... uno sguardo insulso... la solita voce melensa
dl chi, allevato nella consueta batteria edulcorata e cantilenante, ha
della realtà un senso evanescente". L'amico Geo Pozzi: "Dentro
un cappotto che pareva quello di un barbone trascinava una vita
reticente e sotterranea"; "la necessità dell'inganno e della
menzogna nasceva in lui da un istinto di sopravvivenza che la sua
povera
vita aveva già privato della speranza". La prostituta: "Una
donna di età indefinibile, pingue, un petto trabocchevole,
capelli scuri arruffati". In mezzo ai giovani che la palpano ridendo
sgangheratamente, "col suo grembiule nero da contadina sembrava una
scimmia circondata da felini affamati, una scimmia consenziente"; e
infine, ed è forse il ritratto più forte, l'anziano
soldato tedesco che osserva accanto a lui i bombardieri americani in
rotta verso Vienna: ha perso la moglie sotto le bombe incendiarie degli
alleati, e anche i due figli, morti sul fronte russo: "Parlava senza
guardarmi, non mi guardò mai nè durante quello sfogo
nè dopo e parlava con una voce esile, come se le parole fossero
un involucro vuoto". La giovmezza di Rosso, il suo istinto vitale sono
più forti del filo di pietà che ora egli lascia in
eredità allo scrittore; di fronte a quel "vecchio già
spento, il fiume lo aveva trascinato nella corrente dei rifiuti,
la sola cosa da fare era allontanarmi dal suo odore consumato, e tornai
tra i miei compagni".
Il terzo e riassuntivo piano di lettura va trovato nella suggestiva
memoria storica. In letteratura la storia si trasforma in metastoria; i
fatti, anche i più crudeli, sfumano in una sorta di limbo
simbolico, ove il loro significato si arricchisce di confusione,
ambiguità, allusività, polivalenza. In questo racconto
invece è ben definito il dramma di Trieste, l'occupazione
nazista e "l'orda slava"; il racconto, intendo dire, è
realistico. Ma c'è un.di più: di memoria, di misteriosa
inconsapevolezza del vivere, che dà a quel dramma una segreta e
più profonda verità, il senso avvolgente di una
realtà "altra", sulla quale scende lo scandaglio della
poesia, anche se Renzo Rosso, nella sua "raffinata durezza",
finge di ignorarla.
Su questo 'memoriale' hanno scritto: Mario Lunetta, Leone
Piccioni, Lino Carpinteri e altri che l'autore non ricorda