La casa disabitata


Ed. Aragno.

Ha scritto Elvio Guagnini: Quando la carriera di uno scrittore è ricca di prove e si estende su  un  arco di anni molto ampio, è naturale che alcuni libri finiscano per essere considerati come altrettanti pilastri sui quali si regge anche la produzione contigua. Libri che sono altrettante manifestazioni di svolta in termini di paradigmi narrativi e che vanno considerati come riprese e bilanci di un'esperienza, come riepiloghi o anche come proposte di nuovi modi della ricerca. Queste considerazioni valgono nel loro insieme, a rappresentare il significato casavuota.jpgdel recentissimo romanzo di Renzo Rosso La casa disabitata. Un libro "nuovo" , nel quadro della narrativa di Rosso, che ci rivela una disposizione evidente alla sperimentazione di forme e generi diversi secondo le necessità dei diversi progetti, in ogni caso lontani da qualsiasi  sperimentalismo astratto, deciso a tavolino: una sperimentazione che confida su una cultura ampia, su documentazioni precise, su un gusto particolare per l'individuazione del ritmo giusto per rendere attraente un particolare oggetto o una determinata scena, su una sensibilità innata alla funzionalità del linguaggio da utilizzare…..Nella definizione dello spessore della ricerca di Rosso, va tenuta presente anche la complessa formazione dell'autore (musicale, filosofica, teatrale, oltreché letteraria) che incide pure nella definizione degli strumenti dì cui lo scrittore si avvale. E' una considerazione adatta anche al romanzo recente, che  attraverso l'immagine di una casa abbandonata dalla famiglia che per secoli vi aveva abitato, ci propone un tema di sicura rilevanza anche letteraria: quello delle tracce che rimangono, in una casa, a testimoniare la storia di chi vi ha abitato e, viceversa, gli effetti che la particolare atmosfera o conflgurazione di una dimora o di un ambiente esercitano nei confronti di chi vi risiede. Nella cornice (il 1°e il 9°capitolo, l'ultimo, del libro, due giovani si rifugiano, durante un violento temporale, sotto la tettoia del portone di una casa che ha di fronte un palazzetto del Cinquecento, deserto e inquietante, evocatore di fantasmi) si colloca la relativamente lunga storia di quella casa e della famiglia che ne è stata proprietaria: dal periodo successivo al concilio di Trento quando in quell'edificio noi assistiamo alle tresche della figlia di un ricco borghese sposata a un nobile Montecaro, fino alla metà degli anni Sessanta del Novecento, in cui gli ultimi eredi della famiglia si preparano a lasciare quella casa anche in seguito a perdite al gioco, speculazioni sbagliate e affari maldestri del  padre, in realtà soprattutto per lasciarsi alle spalle i fantasmi di alcune storie sinistre e inquietanti del passato, vissute tra i muri di quell'edificio.
Una storia complessa, suggerita - come scrive l'autore nell'introduzione (Un breve preludio) - da alcune visite a un'amica musicista che viveva in una città del Veneto e in un palazzetto della stessa epoca; e poi da un ritorno in quella città nel corso del quale aveva scoperto che la casa era stata abbandonata. Ciò che lo aveva come 'investito' con i fermenti amari del tempo rovesciato, pensando che quei muri avevano assistito al loro interno al cerchio di nascita maturazione malattia e morte di molte persone, avevano udito parole infinite, rumori e suoni dei più disparati, forse intravisto perfino sogni (pp.7- 8)…….Anziché   raccontarcela partitamente e linearmente, dando vita magari a un voluminoso romanzo storico, a una saga estesa dei Montecaro, Rosso ci presenta questa storia attraverso un racconto molte più agile, per "quadri". Si muove, cioè, attraverso racconti, episodi 'culminanti' di una più ampia storia, che ha visto alcuni momenti culminanti di storie diverse, collegate dall'appartenenza familiare e dal legame con quella casa. Tanti episodi che illuminano un destino di decadenza e di crisi annunciato sin dal primo atto e realizzato attraverso tradimenti, rancori covati, omicidi, violenze fisiche,  abbandoni, malattie che minacciano tare ereditarie, rivelazioni a sorpresa di lati oscuri della storia familiare, relazioni interfamiliari torbide, traumi violenti, episodi di seduzione e di decadenza anche fisica di alcuni protagonista di questa singolare "saga" di sintetica incisività…..Un preludio, una cornice, una serie di "quadri". I titoli dei quali sono, poi, delle indicazioni di luoghi di questa casa dove, in tempi diversi, si è andato realizzando il destino dei Montecaro. Luoghi emblematici nei quali si condensano e dove convergono le tensioni drammatiche del racconto (Camera da letto; Il salone; Il giardino; Le camere delle figlie; La cucina; La sala da musica; Il canale). Con l'indicazione, anche, delle "persone" che partecipano a quell' "atto", a quel "quadro", che quindi possono  essere considerati i "personaggi" di quei racconti-capitoli della Casa Disabitata. Capitoli neppure collocati in successione strettamente cronologica, legati piuttosto da suggerimenti tematici o associazioni particolari. Certo, già il ritmo del racconto, la qualità delle descrizioni, l'intensità dei dialoghi, rinviano spesso alle qualità drammaturgiche di Rosso…..Questo libro, così originale nell'impianto, ci segnala anche altre particolari qualità del narratore. Per esempio, la discrezione nel segnalare, talvolta per soli accenni, gli intrecci tra la grande storia politica e sociale con le  vicende individuali dei suoi personaggi. O, anche, la sua capacità di definire anche scenograficamente il destino di quella famiglia attraverso l'arredo della casa o lo stato del giardino; o l'abilità di delineare figure anche sul piano fisico (con qualche nudo che sembra gareggiare con la pittura rinascimentale o manieristica). E, ancora, va segnalata la presenza della musica almeno in due sensi. Da un lato, perché le pagine di questo libro e dei suoi vari capitoli  sono contrassegnate da un senso del ritmo e da una grande gamma di registri (la prosa di Rosso ha qualità non indifferenti dì tessitura musicale); da un altro lato, perché la musica diventa tema e suggestione particolare di uno di questi capitoli (il 7°, La sala da musica): ne vengono considerati il valore di spazio solitario di autodifesa, il fascino di una concentrazione nella quale convergono voci diverse, la stessa commozione fisica che ne può nascere; e dove anche, della stessa voce umana, vengono considerate le possibili vibrazioni e sensazioni che ne nascono, come elementi di identificazione di una personalità.
Come lo sguardo intenso del narratore è in grado di registrare i moti contraddittori e contrastanti nei comportamenti e nei pensieri dei      suoi personaggi, così la sua scrittura duttile e ricca di registri si offre a sostegno della storia variegata e avvincente di questa casa, della sua crisi e del mistero che accompagna il suo destino, con l'evocazione di fantasmi e di spettri e con il silenzio dopo il temporale che chiude le pagine dell' epilogo.
 
Ha scritto Mario Lunetta: Quello di Renzo Rosso con la storia è sempre stato un rapporto sguincio, nutrito di sospetto. Alla storia la sua scrittura narrativa e la sua scrittura drammaturgica non hanno mai chiesto una patente di credibilità o un alibi rassicurante. I suoi personaggi e le sue vicende non se ne avvolgono come in un mantello impermeabile, semmai ne abitano le pieghe con una quantità di incertezze traumatiche, tentandone la consistenza dall'interno di quella lucida patologia che si chiama Percezione Della Catastrofe, e che per lo scrittore triestino è - prima ancora che una sensazione - una condizione perenne. Nella storia, insomma, Rosso legge soprattutto gli indizi o le resultanze del disastro: siamo all'interrogazione, non al rendiconto. Che egli esplori con puntigliosa competenza ricostruttiva certi scenari del mondo antico o certe tremende ambiguità rinascimentali e barocche, certe nevrosi romantiche o certi brutali segmenti della recente modernità l'esito non è mai quello di una narrazione in costume, è quello di un'allegoria. A decidere è naturalmente il punto di vista fondato su una strategia di cattura di alcuni elementi secondari il cui montaggio, dopo l'estrapolazione dal Grande Contesto, risulta implacabilmente in contrappunto, in un'operazione di decostruzione la cui coerenza contiene in se' una ricomposizione altra, dialetticamente rovesciata. La storia di Rosso, così guarda se stessa nel momento stesso in cui lo scrittore ne osserva il sordo viluppo e il suo occhio lo ferma - talvolta perfino raggelandolo - su una lastra terribilmente sensibile. Il lettore o l'ascoltatore non sono chiamati a una cerimonia delle emozioni, ma a un impegnativo rituale di consapevolezza che è insieme partecipazione e iniziativa critico-autocritica. Così avviene sia nei suoi libri più strutturalmente "diacronici" (Gli Uomini Chiari, Il Trono della Bestia) che in quelli più duramente piantati nel labirinto della recente modernità (L 'Adescamento, La Dura Spina, Sopra il Museo della Scienza, Le Donne Divine, il Segno del Toro). Così nell'opera del Rosso drammaturgo, avviene sia nei testi legati all'universo arcaico che in quelli impastati nel groviglio dell'oggi. Rosso non è mai un mitologo: anche la mitologia gli serve esclusivamente come problema da risolvere non come fabula da ripetere per una fascinazione opaca. Non è mai un cronista, è un analista tragico, che torce in sarcasmo anche le possibili soluzioni comiche, umoristiche, "legge" dei suoi dati primari. In un quadro tanto complesso l'impeceabile orologeria del plot non prevarica mai la ricchezza del senso, ma funge da supporto al divaricarsi delle pulsioni semantiche, alle contraddizioni attive della diegesi, al dispiegarsi del tessuto narrativo in una quantità di nodi all'interno di una rete stringente.
Si perchè la poesia di Rosso è crudele, quindi non contempla deroghe di specie patetica: e a questo stemma non si sottrae ovviamente neanche il suo romanzo più recente La Casa Disabitata, nel quale dominano due assenze spettrali l'una inscatolata nell'altra in un rapporto sinistro di violenza muta, che fa della casa un contenitore di segreti indicibili e al contempo un sepolcro simbiotico: quella del decadente palazzo storico che dal 1500 ospita una generazione dopo l'altra di Montecaro; e al suo interno, quella dell'adolescente Smeralda violata e uccisa dal nobiluomo Giulio Montecaro in un pomeriggio maligno della fine del 1600, e da lui materialmente sepolta nel giardino della dimora. Il delitto, che si realizza non come surplus sado-erotico ma semplicemente come fastidioso “incidente di percorso” all'interno di un perverso rapporto di potere, sarà scoperto dopo più di duecento anni grazie a un antico manoscritto cronistico capitato sotto gli occhi del più fragile dei Montecaro moderni, Francesco, che disseppellisce teschio e scheletro dell'uccisa, per ricoprirli poi subito dopo, sconvolto dall'orrore.
In quella casa patrizia da secoli malamente abitata da membri della famiglia si snodano, secondo una cadenza fortemente teatrale, vicende oscure e situazioni enigmatiche. Il dato fondamentale è comunque l'indifferenza. Ciascun personaggio sembra murato in una sua infrangibile campana di egoismo e di solitudine: una sorta di scia senza luce che attraversa epoche e regimi, climi atmosferici e condizioni psichiche, linguaggi e comportamenti, e che la scrittura strenuamente orizzontale di Rosso, da grande narratore memorialista e insieme da visionario impassibile, registra su una lastra metaforica tanto simile a un supporto di aspra pergamena striata di sangue e di disperazione. Come in una conversation-piece le cui schegge si alternano nell'arazzo polveroso delle vicende più remote di cui il palazzo è stato teatro, le riunioni di famiglia in epoca recente funzionano come la presenza di un coro sgomento, deprivato di ruolo e condannato a esibire, prima ancora delle atrocità e delle nefandezze passate della stirpe, le proprie attuali meschinità cariche di reticenza, di menzogna e di pidocchioso narcisismo. Esse registrano soprattutto l'affanno di chi  sente prossimo il naufragio. La ‘casa' è ormai solo una nave che affonda: c'è chi non regge al disastro – al disastro dei sentimenti, in qualche caso; e di un codice etico definitivamente travolto – e si rifugia nel suicidio. 
Dall'epoca di Filippo II e delle guerre tra Francia e Spagna, dai giorni di Galileo Galilei a quelli della rivoluzione francese a quelli dell'Ottocento romantico puntualmente trafitti dall'alternarsi di scene familiari contemporanee, coi ‘luoghi' drammatici rigorosamente sottolineati (la Camera da letto, il Salone, il Giardino, la Camera delle figlie, la Cucina, la Sala da musica) il romanzo rossiano si risolve in una spirale di vuoto dove tra silenzi falsificati e chiacchericcio insulso trascorre il brivido di una energia espressiva potente e funerea. Quello che nelle mani di un narratore dozzinale avrebbe potuto risolversi in un giallo d'epoca, nelle mani sapienti di Rosso prende corpo come metafora sinistra dello sfacelo e del nulla. La moderna casa Usher lambita dalle acque di un canale veneziano non rovina fisicamente, muore dentro. Non resta che redigerne l'epitaffio: e di ciò si incarica, esatta soluzione poetica, il più cinico e intelligente dei membri della dinastia decaduta, Livio, nell'ultima riunione familiare: “Di un Montecaro assassino, morto e sepolto chissà da quanto non me ne importa un fico secco, come non mi impressiona il fatto che il terreno del nostro giardino sia stato la dimora di un morto. Ogni metro di terra che noi calpestiamo, su una strada, su un campo, su un giardino ha dentro di sé i resti dei morti che ci hanno preceduti, e che noi a nostra volta sostituiremo. La terra, mamma, non ha mai infettato nessuno. Comunque se la casa l'hai già venduta, cosa stiamo qui a parlarne!?. Quella era l'epigrafe più giusta, pensò Luciano, una parte di colori drammatici e una di sussulti ridicoli, e i muri della casa sarebbero crollati.“
  
Altre recensioni: di Sergio Pent, Giuseppe Bonura, Maria Brunelli, Carlotta Magnanini


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