Il Concerto
Ha
scritto Roberto De Monticelli:
Una pedana
rotonda, inclinata, un disco: da una parte il podio del direttore
d’orchestra, dall’altra i leggii e gli strumenti dei suonatori. Questa
la situazione visiva che si presenta prima ancora che l’azione cominci
per “Il Concerto” di Renzo Rosso. E come la rappresentazione ha inizio
ecco che il direttore, impugnata la bacchetta, dà il via a una
musichetta dolciastra e banale, che mima una marcia funebre. I suonatori
sono cinque, contrabbasso, clavicembalo, clarino, tromba, e timpani.
D'un tratto i musicanti si interrompono, hanno finito dicono, sono
arrivati in fondo allo spartito, non cil sono più note.
Imperterrito, concentrato, gli occhi semichiusi, ti direttore continua a
tracciare, con la punta della bacchetta, nell'aria, il filo della
melodia. E da questo momento si scatena una serie di situazioni
paradossali, grottesche, sul filo dell'assurdo e del non-sense. Schegge
di funebre erotismo, barbagli di allegria nera (c'e una bara, in un
angolo), brandelli di ricordi deformati, racconti senza nesso, muffa e
muco dell'infanzia, mobili paraventi di sogni, ventagli d'altrui
piaceri, idiozie e angosce, tic e soprassalti isterici, furori e
tremori, poltiglia esistenziale e rivendicasioni sindacali: tutto questo
tripudia e fermenta, come in uno stagno in ebollizione, nel concertato
dialoglco che si scatena fra il direttore e i cinque suonatori. Ed e
certo che la commedia di Rosso, che non per nulla si intitola, nella sua
versione a stampa, ‘Esercizi Spirituali’, vuole arrivare, toccando un
po' tutti i tasti a una constatazione desolata e totale di
impossibilità umane, oggi, nella società in cui viviamo; e
nel futuro imminente che ci si prospetta.
Eccola, infatti, immagine del futuro ma anche dell'oggi, la Macchina,
il grande Computer, il cervello elettronico che potrà sostituire
non soltanto l'orchestra ma tutto quanto palpita nella contingenza e
nell'effimero e che è imperfetto, incompleto, trasformabile, in
una parola, umano. La Macchina e lì, pronta a congelare,
razionalizzare, unificare. Il pezzo di musica, gli strumentisti, il
direttore d'orchestra potranno diventare qualcosa di riproducibile, di
memorizzato, merce da immettere nel meccanismo del consumo di massa
La situazione simbolica prospettata da Renzo Rosso in questa commedia
ruota su due poli, che sono appunto i due oggetti agli orli della pedana
rotonda, del disco-scena: la Macchina (cioè il futuro imminente
o, se preferite, già questi nostri anni); e la Bara (cioè
il passato), con dentro un cadavere che nessuno riconosce; o che
addirittura è scomparso. Ma il gioco non e così semplice,
nè la contrapposizione delle metofore così netta. Renzo
Rosso è scrittore d'ambiguità e di trasparenze
indefinibili e impassibili e come tale si sottrae alla moralità
esplicita e didascalica dell'apologo. Ecco che introduce una variante:
la Macchina che si innamora (della clavicembalisto), la Macchina che
cede all'insidia umana, la Macchina fulminata dal corto circuito dei
sentimenti. Così, si mette in crizi, offre una chance alla
controffensiva degli uomini, può essere temporaneamente resa
innocua.
Il finale di questa versione della commedia, adottota dagli interpreti
con l'approvazione, penso, dell'autore, e più ottimistico e
facile di quello originario che lasciava amaramente le cose suppergia al
punto di partenza: ecco dunque che i componenti della piccola orchestra
e il direttore escono a uno a uno, per uno stretto varco, come detenuti
che evadono, dalla Macchina che li aveva di nuovo imprigionati
accecando, con una sua mobile parete nera, la totalità dello
spazio scenico. Dunque, si ricomincia? Ma il concerto, poi si
farà o no?
Un merito indubbio degli attori del Gruppo della Rocca, (la regia
qui è collettiva, con un coordinatore: Alvaro Piccardi)
è d'aver saputo trasformare il linguaggio ironico, allusivo,
scintillante, divagatorio, dolorosamente euforico, di Renzo Rosso in un
continuo avvenimento teatrale. E' vero che tutto ciò è
suggerito dalla pagina, come scrive in un saggio sull'autore Roberto
Rebora. E' vero che quello di Rosso è un linguaggio cosa, dal
quale inesauribilmente possono proliferare oggetti e gesti. Ma bisogna
poi vedere come ciò avviene sulla scena; e l'altra sera si
è assistito al fenomeno sempre emosionante della parola che si
mimetizza a vista nell'evento di teatro, attraverso una serie di piccole
ma gustose invenzioni come quella dello sdoppiarsi della Macchina in
diverse, ironiche apparenze umane. Gli attori sono tutti perfettamente
funzionali, da Roberto Vezzosi, che è il perpIesso direttore, a
Loredana Alfieri, a Dino Desiata, Ireneo Petruzzi, lo stesso Piccardi,
Walter Strgar, a Paila Pavese, che dà una piccante dimensione
umoristica alla figura della clavicembalista, a Silvana De santis, che
è un contrabbasso di pingue e stranamente turbata
comicità. Un ottimo successo e una bella soddisfazione per noi,
che all'autore italiano ci crediamo ancora.
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Ha
scritto Giorgio Prosperi (su Il Tempo di Roma):
.
. . Su questa commedia (o dramma, o tragedia, o meditazione?) sono
state scritte cose intelligentissime, come del resto, dato il tema, era
inevitabile; alcune talmente intelligenti, che, lette dopo lo
spettacolo, i cui sensi c'erano sembrati, anche se non sempre
chiarissimi, altamente suggestivi, hanno finito per ridurci in uno stato
di frustrazione simile a quello degli strumentisti della commedia, e
per farceli amare e comprendere, se possibile, ancora
di pIu. Giacché, intelligenti o sciocchi, veri o meno
veri, sinceri e velleitari al tempo stesso, dolorosamente consapevoli
della loro finitezza, quegli strumentisti di un concerto che si
disgrega in tùtti i sensi siamo noi, vittime della riduzione che
la Macchina ha operato in noi, e che, vulnerata anch'essa come ogni
cosa di cui pure si presumeva la perfezione, continua inesorabilmente ad
invaderci con la sua spettrale presenza…..La ragione per cui
applaudiamo Renzo Rosso con una convinzione che, in noi stessi, si va
facendo sempre più rara, è la sua capacità di
toccare, con uno specifico linguaggio teatrale (cioè con fatti ed
immagini, non con prediche ed esposizioni) ciò che è
attingibile solo da specifici mezzi dell’ arte: quella zona profonda
della coscienza dove hanno sede i sentimenti, un amalgama di istinti e
sedimentazioni culturali, che costituisce la nostra più vera
identità. La commedia di Rosso verifica questa identità,
ne evidenzia sgomenti e necessarie menzogne, esorcizzando la paura,
quando può, con il comico che deriva dalla forzatura di una
contraddizione. Che noi viviamo una fase di disgregazione, che chi
dirige a qualunque titolo, uomo politico o dl cultura, slitti verso il
nulla, che su di noi incomba lo spettro delle macchine, coi loro
celestiali archetipi in raso e paillettes, questo arriva. Che ognuno dia
un nome specifico al proprio sgcmento…...
Ad Alvaro Piccardi del Gruppo della Rocca, che sull'esempio dl un
anziano maestro si assegna umilmente il ruolo dl coordinatore, il
merito di uno spettacolo formalmente ineccepibile con scene
e costumi di Lorenzo Ghiglia e musiche di Nicola Piovani, con attori che
non solo recitano ma sembra che suonino veramente, con lodevole
esattezza, i loro strumenti: Paila Pavese il clavicembalo, Ireneo
Petruzzi il clarino, Dino Deslata i timpani, Walter Strgar la tromba,
Silvana de Santis il contrabbasso. Un alienato direttore è
Roberto Vezzosi, Loredana Alfieri interpreta le personificazioni della
macchina, Alvaro Piccardi è un usciere-macchina. Successo senza
incertezze, chiaro e soddisfatto. Applausi a scena aperta. molte
chiamate alla fine agli interpreti e a tutti i collaboratori dello
spettacolo.
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Vi sono state
recensioni e articoli di Sergio Saviane, Odoardo Bertani, Gastone
Geron, Renzo Tian, Guido Davico Bonino, Aggeo Savioli, Giorgio Polacco,
Sergio Colomba, Sauro Borelli, Carlo Brusati, Roberto Barbolini, Mario
Serenellini, Dante Capelletti, John Francis Lane (su International Daily
News), Fabio Doplicher, Siro Ferrone, Luciano Lucignani, Elio
Pagliarani, Ghigo De Chiara, Tommaso Chiaretti, Carlo Maria Pensa.
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