Un Corpo Estraneo

   Ha scritto Guido Davico Bonino (La Stampa):

Un corpo estraneo di Renzo Rosso, che si replica con vivo successo da alcuni giorni al Teatro dei Filodrammatici per la regia di Alvaro Piccardi, potrebbe sembrare un drammone a forti tinte tra il passionale e il romanzesco. E, invece, è una delle più belle “commedie nere” cui mi sia dato di assistere: così poco italiana nella sua singolare fisionomia da richiamare subito alla mente nomi disparati di scrittori europei come un Anouilh, un Durrenmatt, o, più vicini a Rosso, triestino d'origine, un Nestroy o uno Schnitzler.
Gli è che Rosso nella sua quarta commedia, se non sbaglio, ad andare in scena: (e due nell’attuale stagione, questa e I1 Pianeta Indecente,  cui riferimmo da Trieste  e Torino),  è uno dei rari nostri drammaturghi che sappiano manovrare con distaccata perfidia lo stiletto dell'ironia (brandendo, solo a tratti, quando vuol  minacciare  i potenti la daga del sarcasmo); uno dei pochi che sappiano immergere passioni ed illusioni dei personaggi nella  piscina. probatica del grottesco: dove quelle lacerazioni, quei dissidi, veri e profondi, ne escono come scarniti, e a loro modo reden- ti. Un corpo estraneo è questo: un gran bagno di dileggio (la famiglia, il sesso, la nevrosi, la letteratura, i commerci), una doccia fredda di allusioni schernevoli, che ci scrosciano addosso e ci fanno aggricciar la pelle: dal loro schiaffo gelido siamo puniti, ma anche tonificati, nel cervello se non nell’anima.
_____________________

   Ha scritto Odoardo Bertani (L’Avvenire):

La commedia di Renzo Rosso Il Corpo Estraneo, non ha nessuna intenzione di percorrere itinerari psicologici e moralistici.   E’ una allegrissima bomba sotto il più del teatro ‘impegnato’, e devasta ogni perbenismo, anche quello dell’autore. Con tecnica ineccepibile, non si approda ad alcuna. sigla filosofica, perché invero la filosofia è tutta risolta nel linguaggio e nella evidenza offerta da una scrittura che astutamente nega la consistenza dei personaggi, ne constata la labilità e, infine, l'abuso che fanno del teatro stesso. Lo scrittore sembra dirci la propria amara "impasse" a rappresentarre l'inadeguatezza, ed è evidente che, controluce, noi leggiamo molte accuse e molte desolate osservazioni. Ma Renzo Rosso ci offre al più alto grado un divertimento pieno e spietato, filtrando precedenti culturali quali il realismo magico, Pirandello e l'Assurdo. Con mordente arguzia dialettica e dialogica, egli crea situazioni e posizioni di logica scardinata “a posteriori” , ma che è in effetti specchio di nostri assai comuni comportamenti. L'umorisino, l’ironia, il grottesco si intrecciano in una composizione di allucinata forza satirica, trapunta di battute la cui fulminante comicità non è mai gratuita. Il corpo estraneo è opera tutta intelligenza e “cattiveria”, dotata di un raro spessore d'inventiva minuta che sta disinvoltamente al proprio gioco, che fa deflagare con apparente rispetto i suoi “flashes” impietosi su questo eccentrico raduno di marionette che vogliono non sembrare tali, e che fanno questione solo di contegno, riducendo a questo la dignità umana. E così registriamo, ben felici, il successo davvero grande di una commedia pura, coltivata da un estro pungente, da un’acribia serrata nella sua stesura e nei suoi toni: e da nessuna innocenza.
______________________
 
   Ha scritto Enzo Siciliano (Il Corriere della sera):

La lingua italiana non ce la farebbe ad esser scritta e insieme ad essere recitata, ad essere scritta per essere recitata, a diventare cioè un modo d'esprimersi e insieme di comunicare: a diventare teatro. Il fatto è che quando c'è il talento e il sentimento del teatro (so di rischiare grosso a usare parole simili) non c'è luogo comune che tenga, anche quello per cui l'inguaribile letterarietà della nostra lingua impedirebbe agli scrittori italiani, ai narratori italiani, di tentare con fortuna il palcoscenico. Un corpo estraneo di Renzo  Rosso, che ha debuttato  l’altra sera al Sala Umberto per la regia di Alvaro Piccardi è la  lampante  dimostrazione che un narratore, uno scrittore, può mettersi al tavolino e dettare una commedia brillante, divertente, spiritosa, e tenerla in piedi con un estro linguistico da fare invidia a tutti quei teatranti che di solito  vengono  citati come esemplari scrittori di commedie, gli inglesi, gli americani, i francesi e così via. Sì, sì: la tirata è sciovinistica, e a qualcuno parrà anche di gusto un po’ facile. Ma non mi piace pensare che il teatro italiano vada minoritario solo perché alcuni attori e alcuni impresari di gran nome vogliono giudicarlo per tale, e per tale, minoritario, tenerlo a bada.
Rosso non si è inerpicato chissà per quali chine astratatte: ha scritto una commedia sul qui e sull'ora, voglio dire che ha scritto una storia quotidiana, di un suicidio, tentato o no che sia, avvenuto in una famiglia medio-borghese, che ha le giuste stigme di classe, mediocri, repugnanti, perbenistiche, infami. Ma tutto questo lo ha reso vivo, plastico, per qualche verso indimenticabile, proprio usando una lingua che centrasse, come al bersaglio, vizi e sublimità che conosciamo, dando all’uso logoro di certi gerghi intellettuali il lampo mercuriale dell’ironia, o la sottile insolenza dell’intelligenza……

______________________
 
Hanno recensito lo spettacolo: Franco Quadri, Roberto De Monticelli, Giorgio Prosperi, Tommaso Chiaretti, Maria Grazia Gregori, Ghigo De Chiara, Anna Bandettini, Franca Protti, Giuseppe Piacentino, Renzo Tian, Giulia Candela, Sergio Torresani, Luigi Lunari


Ritorna alla pagina principale