La Dura Spina
Dal saggio di Attilio Bertolucci
premesso all' edizione Garzanti:
E'ancora
possibile scrivere un romanzo? E aggiungo: saperlo leggere?
Perchè tra la letteratura di puro intrattenimento, per usare il
termine adottato da Graham Greene, e quella sperimentale (ma gli
sperimentatori autentici si perdono nella notte dei tempi; quelli che
ci
stanno vicini sono per lo più copisti, e va ancora bene se
diligenti e corretti, i più confondendo sperimentazione con
inesperienza), c' è rimasto uno spazio minimo, e non solo per
chi
voglia scrivere, ma pure leggere un romanzo vero.
Posta la
malinconica domanda, dico malinconica per la stagione che sembra
attendere fatalmente risposta negativa, con nostro disappunto di
lettori
incalliti di romanzi dagli anni beati di Thomas Mann e di Svevo, mi
è d'obbligo comunque ricordare che nel non lontano 1963 il
romanzo poteva ancora dare una prova di sicura vitalità con La
dura spina di Renzo Rosso. Era l'anno, qualcuno . . . se ne
ricorderà che pareva urgessero ai confini i rivoluzionari, i
distruttori, i rinnovatori. Ahimè ai confini si sono fermati. E
forse “quella gente", come scrisse Kavafis a proposito di ben altri
barbari, "erano una soluzione“. Peccato? Ma Renzo Rosso, probabilmente
per essere lui di confine in quanto triestino, e perciò meno
distratto dal vacuo sound delle polemiche letterarie che frastornavano
in quegli anni l'Italia, e piuttosto attento a non perdere il filo
della dolceamara tradizione che aveva avuto i suoi culmini in Svevo e
Saba, Rosso, dicevo, esce in pieno 1963 con un romanzo-romanzo, che la
prima, più crudele posterità non ha intaccato e che anzi,
come succede ai legni e metalli di pregio, ha arricchito d'una patina
di dorata stagionatura. E questo può accadere, lo sappiamo bene,
solo se il prodotto narrativo si presenta fin dall'inizio con una sua
individualità prorompente, con una originale specificità
che lo trae fuori dalla corrente della routine storica e lo
segnala come qualcosa di diverso, collocato su un piano sghembo
rispetto alla normalità dei tempi.
La specificitïà del romanzo di Rosso risiede propriamente
nel suo essere un romanzo musicale. E non solo perchè la musica
ha una parte di assoluto rilievo nello sviluppo dei suoi contenuti,
bensì è soprattutto perchè è la musica, nel
suo globale e preciso statuto di forma artistica, a fungere da modello
per l'articolazione, in profondità e in superficie, del discorso
narrativo. In esso infatti la melodia (ossia il succedersi dei
significati che di volta in volta vanno a costituire un segmento
conchiuso di narrazione) si integra costantemente e senza eccezioni in
un disegno armonico che calibra, secondo precisi criteri, i rapporti
tra un segmento e l'altro, mettendo la scrittura in condizione di
produrre, una volta venuta a contatto con i significati, eufonie e
dissonanze, ripetizioni e variazioni, robusti contrappunti strumentali
e
raffinati e cristallini assolo . Tutto questo senza mai valicare i
confini stabiliti da un saldo controllo del progetto complessivo, nel
rispetto rigoroso delle regole che lo determinano.
Le quali regole sono poi esattamente quelle del cursus poetico.
Basterà un passo, scelto quasi a caso, ad esemplificare il
consapevole e tranquillo giocare sul limite tipico della scrittura di
Rosso.. "Era dunque una sera di gennaio, a Trieste, in un posto che
guardava il mare, e sul soffitto le rumorose ombre della riva
rastrellavano velocemente la luce dei lampioni. Adesso era venuta
quella
donna, c'era il suo sonno e c'era la ragazza, che era un profumo fresco
nel pensiero". E non tanto per il fatto, pure indubbiamente rilevante,
che ad esempio l'ultimo periodo del brano è costituito da tre
perfetti endecasillabi; quanto essenzialmente per l'evidente tensione
metaforica che, invece di sciogliersi nella referenzialità della
prosa di argomenti (oratio soluta, appunto), si condensa
nell'andamento ritmico delle immagini, cui non può non
corrispondere un'equivalente intenzione ritmica nell'organizzare gli
accenti e le pause del discorso scritto.
Ma attenzione: La dura spina non è affatto un poeme
en prose. La sua natura è nettamente e inguaribilmente
narrativa, solo che lo è in modo intransigente: il romanzo
narra, ma narrando vuole nello stesso tempo sperimentare il punto di
non ritorno del suo narrare, avvicinarsi il più possibile, fin
quasi a toccarlo, al momento in cui la frattura è inevitabile, e
in cui le caratteristiche del genere si disintegrano. Del resto, basta
soffermarsi sul programma del concerto intorno alla cui preparazione da
parte del protagonista, il famoso pianista Ermanno Cornelis, ruota
quasi tutto il libro: i pezzi che lo compongono (da Chopin a Schumann a
Schonberg, per concludere con la Sonata op. 106 di Beethoven) hanno
tutti in comune la caratteristica di estenuare fino all'estremo limite
di tollerabilità il linguaggio musicale, negli equilibri su cui
di volta in volta si è venuto storicamente assestando, senza
tuttavia giungere alla rottura definitiva: quasi uno spietato esame
della resistenza di una struttura, che, se pure la lascia in piedi, si
fa comunque espressione di una sua crisi profonda, mettendone in
evidenza le discontinuità le larghe smagliature, le
terrorizzanti crepe . . .
Hanno scritto su La
Dura Spina: Giansiro Ferrata, Guido Devescovi, Claudio Varese,
Giancarlo
Vigorelli, Alcide Paolini, Libero Mazzi, Lorenzo Gigli, Ferdinando
Virdia, Mario Pomilio, Luigi Baldacci, Antonio De Benedetti, Guido
Piovene, Arnaldo Bocelli, Giuliano Gramigna, Vladimiro Lisiani, Giorgio
Pullini, Domenico Porzio, Carlo Bo, Mario Lunetta, e il critico
letterario del Sunday Telegraph.