Edipo
Parte della relazione di Umberto Artioli, professore
universitario di Storia del Teatro e dello Spettacolo, letta al convegno
sull’opera di R.R. tenuto l’indomani della prima dell’Edipo al teatro
Verdi di Padova:
Occorre fare molta attenzione al finale della riscrittura, con
cui Renzo Rosso rivisita il grande tema sofocleo: lungi dall accecarsi,
scontando il proprio nefas, Edipo ricorre a un artificio che appartiene
di diritto all'officina della scenicità. Rivediamo per un istante
la sequenza. Il corpo di Giocasta giace sul letto intriso di un sangue
ancora vivo. Nessun sacro orrore afferra Edipo di fronte a questo
sangue che viene da colei che gli è stata madre e amante. Vicino
stanno gli avanzi del cibo appena consumato: un piatto d'ostriche le
cui forme, molli e rigonfie, potrebbero simulare i bulbi oculari
spenti. Unicamente attento alla personale sopravvivenza, Edipo non ha
esitazioni. Sangue e cibo possono essere una mostruosa mescolanza solo
per chi guarda al mondo con empito religioso. Ma il laico Edipo di
Rosso ha uno sguardo d'attore, e l'attore, si sa, è teso
all'effetto, pensa alle cose in termini di macchina spettacolare.
Perciò usa ostriche e sangue per costruirsi una maschera
terrificante con cui beffare l’oracolo nell'atto stesso di seguirne il
dettato. Una maschera, cioè l'artificio teatrale per eccellenza,
si contrappone così in perfetta simmetria all'altro artificio
ordito da sacerdoti e politici. Perché qui sta il punto:
all'incredulo Edipo la macchina mitologica può anche apparire,
come la voleva Cocteau, una macchina infernale, ma il demonismo che
l'ispira è umano troppo umano, e i suoi sembianti sono quelli
del tutto mondanizzati della macchinazione politica. “Presagi ambigui,
disadorni e senza profumo” è il sottotitolo impresso da Rosso
alla sua riscrittura. Senza profumo, il che sigiufica senz'aura. Il
mito non è una portentosa epifania, non vi alita il divino, non
è il bagliore in cui si rivela, un istante soltanto per poi
tornare a velarsi, qualcosa di incommensurabile alla
soggettività; è piuttosto l'ingannevole specchio di
cui è usa ammantarsi per i suoi concreti e terrestri raggiri la
volontà di potenza. Se la macchina mitica, in quanto
macchinazione politica, è artificio e impostura, con quel tanto
di teatrale che questo comporta, l'Edipo di Rosso, per salvarsi la vita,
deve essere più istrione dei suoi istrionici persecutori,
rilanciando su un'ottava più alta il motivo della
scenicità. Ciò mi ha ricordato il sangue di mirtillo di
una celebre messa in scena dei primi anni del secolo, quella del grande
Mejerchold per il Balagancik di Blok (1912), dove un pagliaccio, colpito
da una spada di legno, si accasciava verso la ribalta, schizzando falso
sangue. Questo programmatico sangue di teatro, funzionando da antidoto
rispetto alle celestiali atrnosfere della prima parte del testo, era il
ghignante contrappunto con cui autore e regista si facevano beffe dei
mistici fissati in pose maeterlinckiane e della loro voluttà di
distacco dal mondo. Ma mi ha ricordato, altresì, l'artificio con
cui Prometeo, il semidio che ha a cuore gli umani, osa ingannare Zeus
offrendogli, di una vittima sacrificale, le ossa affondate nel grasso,
lasciando la carne per sé. O un altro artificio, questa volta
più truculento, quello di Tantalo che, dopo aver invitato a
banchetto gli dei, ne sfida la preveggenza offrendo in pasto, a loro
insaputa, le carni del figlio. Dove il teatro oppone, iperbolizzandola,
la propria macchina spettacolare all'epifania del numinoso,
compaiono immancabilmente il grottesco e la parodia, ed è lecito
supporre una patina metateatrale nella soluzione impressa da Renzo
Rosso, leggendola come una sorta di mise en abyme dell'intero
procedimento adottato. Lungi dall'essere restituzione del sacro, la
scena diventa apoteosi del Trucco: una dissacrazione del mito additato
(e decostruito) come ingranaggio che fa leva sull'Angst,
l'infondata paura umana di fronte a un Mysterium che non ha nulla
di sublime. Si prenda la scena in cui si dibatte la scelta della coppia
regale di mettere a morte il neonato a causa della profezia di Tiresia.
Edipo ricorre ad un sillogismo sferzante: o la profezia è falsa e
allora si tratta di chiacchera vana, che esime dall’agire; o si tratta
di verità, epensare di stornarla con l’azione è pura
insensatezza. L’Edipo di Renzo Rosso è un loico integrale, che
legge gli eventi in chiave di pura immanenza, spogliandoli di ogni
pronuncia emotiva Di fronte a ciò che compare con i tratti
umbratili della rnateria mitica, risponde in maniera “disadorna”,
lontano da quelI’ Ergriffenheit (la commozione, l'essere afferrati) che
per Frobenius è la quintessenza del rapporto col sacro. In
un altro punto del testo torna l’ombra del metateatro. Quando Edipo
racconta gli antefatti della vicenda, e si dilunga sull incontro
con Laio al tragico quadrivio, non arretra di tronte all’orrore per il
nefas intravisto. Se si interompe, se si guarda alle spalle, è
per cercare il consenso dei Consiglieri, e lo fa artatamente come un
attore che, non possedendo del tutto la parte, ammicca al suggeritore.
Poiché il protagonista è nella fattispecie, l’u- nico
testimone dell’evento questo incepparsi e ricorrere ai cortigiani per
rassicurarsi sugli enunciati da dire, rende sospetta la sua
volonta di chiarezza. La ricerca della verità, quel processo di
faticosa autocoscienza che nel testo sofocleo conduce all’accecamento
fatale, diventa qui qualcosa di arti- fcioso: un gioco di elisioni e di
spostamenti, un' oscura macchina retorica in omaggio alla ragion
di stato. Questi episodi (ma altri si potrebbero richiamare) servono a
immettere l’affascinante riscrittura di Renzo Rosso dentro una delle
direttrici tipiche della teatralità novecentesea: quella
della demitizzazione, che nel suo significato radicale
significa riduzione del mito a favola, vale a dire artificio da
smascherare e tenere in scacco. Definirei neo-illuminista la direttrice
prescelta da Rosso: una direttrice grazie a cui si consuma, tramite il
grottesco e la parodia, ma sopratutto la messa a nudo dell'artificio
teatrale, la dissoluzione del sacro.
(Allo stesso
convegno parteciparono Roberto Tessari e Gianni Carchia).
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Un notevole interesse
ha suscitato un saggio su questo Edipo apparso nello straordinario
volume “Lunga storia di Edipo Re” di Guido Paduano, professore di
‘Storia della cultura e della tradizione classica’ all’Università
di Pisa. (Edizione Einaudi)
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Dalla recensione di Carlo Maria Pensa:
Contrariamente
a quanto avviene in tutti i paesi di questo mondo, nei quali gli autori
di casa sono normalmente rappresentati, il cattivo costume dei nostri
teatranti è ormai tale che di una novità italiana, quando
càpiti, si parla con compiacimento, non per sciocco nazionalismo
ma quasi per un dovere elementare ancorché un tantino fastidioso,
come di un arvenimento importante; eccezionale, poi, quando si tratti
di un buon successo. Si falsano spesso, così, certi valori: che
è quanto vorremmo evitare nel caso dell'Edipo di Renzo Rosso,
fascinosa rivisitazione del mito eschilo-sofocleo, carica, attra-verso
una scrittura rigorosa e, al tempo stesso, disinvolta, di una non
profanante modernità. Questo Edipo segue, sì, l'arco
orrorifico dell'antica tragedia, dal parricidio all'incesto: ma non
più vittima del Fato, ne' bersaglio del furore degli dei, nei
quali non crede. Uomo libero, piuttosto, che cancella il passato per
guardare avanti, e affronta la realtà per sentirsene lui stesso
l'artefice naturale.
Ha ucciso Laio, senza sapere che fosse suo padre ma credendo di vedere
in lui il crudele e odiato padre adottivo; si unisce a Giocasta,
dalla quale ha quattro figli, non riconoscendo in lei la propria madre
nemmeno nel momento in cui la verità gli si rivela in tutta la
sua spaventosa crudezza; e quando essa, in questo mondo ormai disfatto,
divorato dalla peste, non altro sa e puo' fare se non pugnalarsi, Edipo
ingannerà il popolo di cui è stato re e befferà il
destino che lo vorrebbe cieco ed esule, fingendo, soltanto
fingendo, di cavarsi gli occhi: non con i fermagli strappati alla
veste della madre-sposa ma con le valve delle ostrtche di cui s'è
appena cibato. C’è, nonostante le apparenze che emergono dal
racconto una sorta di segreta religiosità nel testo di Renzo
Rosso: il quale ci accompagna con austera e disarmata ironia nei
labirinti segreti e morali dell’Uomo. . .
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Hanno scritto sull’Edipo: Giorgio Prosperi, Renzo Tian, Di Alejo
Vasques(su La Prensa di Buenos Aires), Aggeo Savioli, Giorgio Pullini,
Giovanni Raboni, Franco Quadri, Antonio Turi, Emilia Costantini, Emilio
Vita, Paolo Accatatis, Umberto Gandini, Gastone Geron, Katia Ippaso,
Paolo Lucchesini,Gianluca Favetto, Osvaldo Guerrieri,Mauro Manciotti,
Giuseppe Greco, Marcello Turchi, Giorgio Polacco,
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