L'Imbalsamatore
Ha scritto Franco Quadri:
Con qualche
pausa anche recente di chiusura, il mausoleo sulla Piazza Rossa di Mosca
è da 70 anni uno dei più famosi e visitati teatri del
mondo, dove un pubblico coloritissimo ed emozionato affronta lunghissime
code per ammirare il corpo di Lenin. Una vera idea ha suggerito
a Renzo Rosso nell’ Imbalsamatore di portarlo davvero in
scena questo corpo, nel giorno ricorrente in cui viene sottoposto
all'inevitabile manutenzione destinata a eternarne l'immagine,
nonostante tutto. Gran giorno anche per l'imbalsamatore del titolo,
Aleksej Miscin, che, nella buia cripta dal sapore metaforico,
astratta dalla realtà, vive il momento della trasfigurazione
rispetto a un mestiere “fetido”, solo con un protagonista della Storia
per dargli un illusorio impulso, dialogando con lui a tu per tu, a sua
volta da protagonista per quanto sotterraneo. L'invenzione consiste in
questa straordìnaria fusione di morte e di vita, nel coesistere
di una tombale immobilità velata di artificio e di retorica con
le vicende di un secolo che si condensa nel tempo di uno spettacolo poco
più lungo di una partita di calcio. Nel sacrario, insieme a un
apparato alcolico da far invidia a Pinter, per quanto comprenda solo
bottiglie di birra e di vodka, il truccatore di cadaveri conduce con
sé la cronaca di una quotidianità esterna in totale
trasformazione, ma intatta nelle sperequazioni e nell'invivibilita, ed
anche la propria piccola miserabile vita privata, ossessionata tra le
altre umiliazioni dalle infedeltà di una moglie ninfomane. Con
qualche segno da grottesco gogoliano, è un piccolo, sudicio,
ridicolo personaggio da novellistica di Cechov che fu il suo ingresso
nella pelle del bravo Vittorio Franceschi, inesauribile marionetta
umana, testimone col suo cicaleccio denso d'aneddoti di una
continuità che va oltre qualsiasi dirizzone politico, fedele al
suo idolo che copre di inni o investe di requisitorie da processo,
cosciente degli errori commessi e subiti e inconsapevolmente esposto a
ogni trasformi smo. Con minuzioso realismo s'adopera con bisturi,
siringhe, sonde, unguenti per rifare la maschera dello storico compagno,
con ritmi rallentati dall'alcol; e intanto installa praticamente nel
mausoleo il suo macchiettistico privato con un vero teatrino dove
gareggiano il sesso e le angherie, ma c'è posto anche per
sognare, sdraiato per terra, con le visioni proiettate sulle vetrate di
fondo, mentre un mare di parole fa impallidire la leggendaria
verbosità del partner.
Più dell'ultima iniezione che doveva essere miracolosa è
forse questo confronto non con le domande cruciali (“Ma ne valeva la
pena?”) ma con lo scorrere della vita a essere fatale al corpo del
feticcio che, per un attacco di “mineralizzazione” di colpo si scioglie
in polvere. Per il suo medico e creatore allora l'unica salvezza
è nell'assumerne l'identità, col supporto della
somiglianza: gli basterà un'iniezione e un po’ di trucco per
poterne prenderne il posto, sdraiato sotto la teca, con tanto di
discorsi autentici e canto in russo dell'Internazionale di cui le
musiche di Mario Borciani già ci avevano fatto ascoltare delle
notevoli variazioni……
__________________________
Ha scritto Rita Cirio:
Lenin esplode
di colpo, si sbriciola, si scioglie, come è capitato al
socialismo reale. Effetti speciali a teatro sono cosa assai rara.
Graziano Gregori, che è abitualmente il geniale scenografo
artefice degli incantesimi visivi del Teatro del Carretto di Lucca,
senza ricorrere a effetti digitali ma, immagino, a segatura, forse
vetroresina, qualche molla o tirante, fa disgregare a vista la celebre
Salma sotto lo sguardo disperato del suo imbalsamatore ufficiale Alexei
Miscin, funzionario di sesto livello, che cerca inutilmente di arginare
l'apocalisse tassidermica con iniezioni di 2 parti di xilolo, una di
arseniuro di zinco, una e mezza di acido benzoico, tracce di sostanze
balsamiche, un cocktall inventato per rendere più elastico
Vladimir Ilic Ulianov. Renzo Rosso con "L'imbalsamatore" ha avuto la
bella idea di escogitare una curiosa metafora per parlare del crollo del
comunismo, argomento peraltro quasi rimosso dalla drammaturgia
d'occidente di questi anni. L'altra buona idea drammaturgica sta nel
confronto tra l'imbarazzante Salma (di grande attualità visto che
si parla di rimuoverla dalla Piazza Rossa) e l'omino qualunque
già abbastanza anziano per aver vissuto guerra, stalinismo,
disgelo, stagnazione brezneviana, perestrojka di Gorbaciov e che proprio
non riesce a trovarsi nella Russia del post-comunismo. Durante la
periodica visita di manutenzione alla Salma, Miscin confida la sua
perdita di identità di homo sovieticus all'Imbalsamato; la sua
inadeguatezza come uomo nuovo del socialismo ha riflessi nella vita
privata, dalle corna che gli fa la moglie alle code per far la spesa. Il
flusso di coscienza di Miscin lambisce il Monumento con la sua
ammirazione che sconfina nella complicità sordida quando gli
rimprovera stragi e compromessi. Nessun grande uomo è tale per il
suo imbalsamatore e Miscin si confonde quasi con un fool scespiriano
che ammira, provoca e infine si identifica col suo sovrano. Tanto che
alla fine, a sbriciolamento avvenuto, Miscin per salvare l'onore di
Lenin ma anche il suo, invece di fuggire a Londra a impagliare cani e
gatti decide di indossare i panni della Salma, di iniettarsi una mistura
per autoimbalsamarsi e, truccato da Lenin come da iconografia
ufficiale, si consegna sottovetro alla posterità. La sobria
conduzione di questo monologo col morto, che all'inizio si presenta
podalico verso la platea, è affidata a un Vittorio Franceschi che
costruisce finalmente il negativo dell'eroe positivo. Il pregio del
testo di Rosso sta non solo nell'idea forte che lo sostiene, ma nel
dribblare sia il compiacimento per la parola troppo forbita sia la
sciatteria pseudo-minimalista, due tra i più vistosi mali della
nostra drammaturgia.
__________________________
Ha scritto Giovanni Raboni:
L’Imbalsamatore
con cui si intitola la novità di Renzo Rosso non
è un imbalsamatore qualsiasi. Pesa infatti su di da molti anni la
non lieve responsabilità di mantenere in buono stato la
salmà di Lenin. Dal punto di vista cronologicò, il
monologo si colloca, se non ho capito male, subito
prima della fine dell'esperienza gorbacioviana. Fuori, tra una
fila e l'altra di moscoviti m attesa di un'arlnga o di
un laccio da scarpe, sfrecciano già sulle loro fuoriserie i
mafiòsi del “libero mercato”; ma dentro, nelle viscere del
mausoleo, l'imbalsamatore armeggià ancora con devozione.
Mentre lavora, e attinge copiosamente sia alla birra d'ordinanza che
alla sua persònale riserva di vodka, Aleksej Miscin mescola
in un unico flusso di ricordi e recriminazioni il privato e il
pubblico, il fallimento della sua vita e quello del comunismo, i
tradimenti della moglie e le stragi perpetrate dall'erede georgiano. Ma
di lui, del Cadavere, che cosa pensa veramente? Difficile dirlo,
l'orgoglio di “conservarlo” prevale, si direbbe, su altri sentimenti.
Alla fine, tuttavia, è precisamente in tale ambito professionale
che una nuova sventura si abbatte sullo sventurato Miscin. Di colpo, e
proprio mentre cerca di darle nuovo splendore, la salma comincia a
cadere in pezzi, a dissolversi; e l'imbalsamatore, convinto ormai di
assomigliare al morto come i cani e i servi finiscono con
l'assomigliare, si dice, ai loro padroni, non trova migliore soluzione
per sottrarsi al disonore che autoimbalsamarsi e stendersi al posto
della salma prima che tornino le guardie.
Un finale grottesco-surreale, alla Zoscènko, per un testo abile
e qua e là ingegnoso che tuttavia, a mio avviso, anche in
precedenza avrebbe dovuto sfruttare più decisamente questa chiave
e insistere un po' meno con il facile senno di poi su un passato storico
troppo complesso e ancora troppo bruciante. Per fortuna, il disagio
intellettuale che ne deriva (o, almeno, che a me ne è derivato)
è alquanto alleviato dall'ottima qualità dell'esecuzione,
illuminata e resa a tratti davvero irresistibile dall'interpretazione
di Vittorio Franceschi, capace di fare di un personaggio cui sulla
carta non manca molto per essere degno di Zoscènko, un
personaggio che nella realtà scenica sembra degno, a tratti,
addirittura di Gogol.
__________________________
Le recensioni di: Ugo
Ronfani, Maria Grazia Gregori, Carlo Maria Pensa, Dario Vassallo,
Domenico Rigotti, Paolo Lingua, Romeo Resi, Monica Bottino, Silvana
Zanovello, Rita Sala, Masolino D’amico, Clara Rubbi, Mauro Manciotti.
Ritorna alla pagina principale