Il
segno del Toro
Ed.Mondadori.
Ha scritto Giovanni Raboni: . . . Renzo Rosso ha accentuato
stavolta la struttura simbolica del proprio racconto, e ne è
uscito un romanzo
insolito, aspro, emozionante, che mi ha fatto
pensare all'immagine critica inventata da Andrè Malraux per un
libro di Faulkner: la fusione di un romanzo giallo con una tragedia
greca Il Segno del Toro è in effetti una sorta di poliziesco, ma
un poliziesco nel quale, al posto dell'enigma da risolvere, del
colpevole da
identificare, del meccanismo delittuoso da mettere in luce, ci sono
presenze oscure e massiccie, arcane e tangibili come figurazioni
medioevali, i grandi miti e personaggi dell'inconscio individuale e
collettivo. Tutto il racconto è dall'inizio alla fine un viaggio
all'interno di questa vivente foresta di simboli in modo non meno
legittimo, e tutto sommato senza contraddizione, si potrebbe dire che
è un viaggio nella dimensione, nel labirinto, nel continente
della paura . . .
Ha scritto Domenico
Porzio: Una eco, anzi un profumo di Conrad appena toccano e
fanno
trasalire le pagine di questo bel romanzo di Renzo Rosso, scrittore
triestino di rare e sempre convincenti apparizioni . . . . Non
l'irripetibile lezione tematica ed esistenziale di Conrad, ma la
trattenuta e sotterranea cadenza epica che esalta l'avventura del
protagonista de Il Segno del Toro, l'occasionalità quasi
marginale (un articolo letto in un albergo nel sud-est asiatico) che lo
obbliga a inserirsi in un dramma che man mano si capovolge in una
tragedia quasi irreale ( un toro impazzito e omicida in un paese veneto
ovattato da una cieca nebbia); e infine, la giustificazione etica
dell'eccidio: sulle corna della bellissima e notturna bestia brilla una
spada giustiziera che solo il protagonista, straniero e innocente,
intuisce nel labirinto di colpe e di omissioni che acceca gli abitanti
di Reviago. Massimo Noas, trentenne, cineoperatore per la Tv, torna
dopo
molti anni nel suo paese natale, trascinatovi dalla notiizia del crollo
di una diga e del disastro provocato dall'ondata d'acqua abbattutasi
sulle case. Il romanziere narra la vicenda usando larghi stralci di un
diario del Noas nel quale si incastonano tre sogni junghiani e rituali,
e accompagnandone il viaggio (la metamorfosi) che in apparenza va
dall'irrealtà del suo nomadismo - protetto dallo scudo della
cinepresa - alla realtà di un dramma collettivo; ma nella
sostanza romanzesca il narratore lo segue nell'itinerario della sua
immaturità verso l'iniziazione alla maturità d'uomo. La
nebbia è il labirinto della paura, un labirinto nei cui segreti
camminamenti il toro conduce alla bellissima Cristiana, maga della
foresta, diabolico "centro della rete e del vizio". La tonalità
simbolica, come accade negli scrittori di qualità, è
però legata a segnali discreti che non ostacolano, ma anzi
lievitano e danno suggestivo spessore alla coerenza della limpida
narrazione: tra balenanti profili di peccatori e di peccatrici, la
caccia alla bestia assassina si tramuta nella fuga da un angelo
giustiziere e apocalittico, in un rendiconto spietato, in una bolgia
infernale dove inesorabilmente il lettore è trascinato dalla
parte del toro.
Si sono avute recensioni di Claudio Marabini, Giorgio Zampa, Lorenzo
Mondo,Piero Bianucci, Lorenzo Sbragi, Roberto Cantini, Michele Rago,
Enzo Siciliano, Alberto Lecco, Giulio Nascimbeni, Michele Prisco,
Ottavio Cecchi.