Il Trono della Bestia


Ed.Piemme.

trono.jpgHa scritto Claudio Magris: La letteratura triestina tante volte banalizzata in un'immagine stereotipata, riduttiva anche se o proprio perchè celebrativa rivela una robusta vitalità in una fedeltà alla propria tradizione che si accompagna all'originalità di nuovi percorsi e presenze . . . Renzo Rosso è un classico vivente di questa tradizione, uno fra i più notevoli scrittori italiani del mezzo secolo che ci sta alle spalle. L'Adescamento è uno dei libri più intensi, ambigui, complessi e poetici della letteratura italiana contemporanea . . . pure Gli Uomini Chiari è un libro di grande intensità e originalità mentre La Dura Spina è una specie di summa, forse troppo consapevole della Mitteleuropa. Ma si dovrebbero nominare tanti altri bei libri, da Sopra il Museo della Scienza alle Donne Divine ed altri ancora. Il Trono della Bestia, che richiederà un approfondito confronto critico, è un romanzo ‘anche’ storico, l'avventura di Vilderico da Sutri, amanuense e monaco dell'anno mille che si trova a vivere una tumultuosa, appassionata, sconvolgente vicenda di fede, disincanto, amore, smarrimento, perversità in una Roma papale che è la Babilonia, sacra e blasfema della Storia, della sua grandezza e della sua turpitudine, delle lacrime, del sangue e del fango di cui è impastata l'argilla umana. Demistificazione e sacralità si mescolano in questo libro come in altre opere di Rosso, ad esempio nel possente testo teatrale su Edipo, dissoluzione laica del mito e insieme estremo residuo di un mistero non eliminabile. Il Trono della bestia è la favola di un'anima assetata di verità nel regno della violenza e del falso, inestricabilmente intrecciati non solo nell'anno Mille al destino di uomini e delle istituzioni, insieme sacre e terribilmente profane.

Ha scritto Cesare Milanese: Il 1032 è l'anno in cui viene eletto al soglio pontificio, con il nome di Benedetto IX, il più precoce  e il più antipontefice dei papi della storia della Chiesa, il giovanissimo Teofilatto dei conti di Tuscolo, una delle famiglie dominanti (in prevaricazione e prepotenza) di un'epoca contrassegnata dalla coazione all'arbitrio continuo. Brevissima annotazione, ma rilevante:  questo tuscolano, pur essendo individuabile, anche allora, come il  più inadatto  viene confermato pontefice per ben tre volte, in alternanza e compagnia con Silvestro III, Gregorio VI e Clemente II, che sono tutti registrati come antipapi. Verrà destituito con l'elezione di un Damaso II, nel 1048. Renzo Rosso, per ragioni inerenti ad una sua logica del racconto, lo fa più giovane di qualche anno di quello che sembra sia stato  effettivamente ed altrettanto farà con l'altro personaggio storico ed emblematico della storia, quell'Ildebrando da Soana che diventerà, verso la fine del secolo, il torreggiante Gregorio VII. Evidentemente questo sfalsamento di date operato da Renzo Rosso, assume un valore di senso letterario e simbolico con cui l'autore ha inteso rimarcare uno scarto tutto particolare, indicativo di una cripticità di significati altri, sia formali che di contenuto, espressi nel suo libro. Per cui mi sono fatto l'idea che Il Trono della Bestia sia un romanzo a chiave. Anzi a più chiavi, proprio perché è stato costruito deliberatamente a più strati e ricco di emblemi. Emblematici sono senz'altro, prima di tutto, i suoi stessi personaggi, sia quelli storici, sia quelli di invenzione. Lo sono soprattutto i tre personaggi principali:  Vilderico da Sutri, monaco dell'abbazia di Farfa (dell'ordine benedettino ad influssi cluniacensi: il che per gli specialisti del ramo riveste una significativa importanza), Benedetto IX, e Ildebrando da Soana..  Pertanto questo è un romanzo sul papato, intendendo per papato una espressione esasperata ed estrema della struttura del potere in sè, con tutte le irrisolte definizioni ed estensioni che questo tipo di potere (che si presenta come il potere dei poteri) intende essere. Se è così, allora è inevitabile che il nostro interesse immediato si concentri proprio sul giovanissimo pontefice. Da come l'autore lo rappresenta nel libro, Benedetto IX ci appare come una specie di Eliogabalo della civiltà della gleba in cerca del paganesimo perduto. Individuo passionale e pulsionale  è l'espressione concreta della sfrenatezza più istintiva, che in ragione del fatto di disporre del potere assoluto, cerca di realizzarla  in maniera per l'appunto assoluta. In considerazione del ruolo e della carica che ricopre egli è senz'altro la negazione dell'uomo delle virtù cristiane, virtù che pur dovrebbe rappresentare in sommo grado  magari simulando. Ma Benedetto IX non simula. Non nasconde chi è come uomo. Sta in ciò la sua rilevanza di personaggio di eccezione: è uomo di natura, dotato di  intelligenza animalesca, refrattaria del tutto alla gestione sia pur minima dei contenuti che provengono dalla cultura, sublimemente ignorante in tutto,   apertamente e trionfalmente  avverso ad ogni comandamento di fede e di morale. La descrizione fornitaci da Renzo Rosso, che in questo caso si fa occultamente teologo extra moenia religionis, con imperturbabilità e crudeltà da scrittore degno di encomio, conduce noi lettori a porci questa domanda: come mai l'ordine della Chiesa, declaratrice del bene, ha consentito e sopportato al suo vertice una simile realizzazione del male, che valeva come dichiarazione della sua smentita? Renzo Rosso scrive con l'indice puntato verso di noi, come per dire: 'Questa  la questione del libro. Io il libro l'ho scritto per indicarvi questo'. Era da tempo che in Italia non si leggeva un libro con una simile impronta.  Tre sono i suoi nervi nevralgici: il potere, l'intellettualità, l'esistenzialità.. Ma poniamoci pure la domanda: chi è l'effettivo protagonista del libro? Sul piano della vicenda, secondo l'intreccio del plot, si dovrebbe dire Vilderico. Ed è vero,  ma non è il solo ad esserlo. Se leggiamo il libro sul piano dell'allegoria, Vilderico è il coprotagonista del libro  come lo sono Benedetto IX e Ildebrando da Soana. Vilderico ricopre se mai la funzione attante del protagonista, perchè il  percorso degli eventi descritti si conclude quando lui sparisce, dilegua verso destinazione ignota, si perde dopo aver perduto non si sa se soltanto la regola del suo ordine o addirittura la fede.   
Vilderico viene mandato a Roma dall'abate di Farfa con l'incarico di scrivere la cronaca delle vicende dei papi, il Liber dei Pontefici, che  da quasi quarant'anni nessuno più compilava. Tecnicamente parlando egli sarebbe uno storico. Scelta quanto mai sbagliata da parte del suo abate. Vilderico  è uomo spirituale, che rifugge dalle condizioni, per lui assurde,  in cui si muove la storia. Renzo Rosso affida alla figura di Vilderico la sua stessa propensione al rifiuto morale e spirituale della situazione reale. Fa di lui il portatore della sua  modalità di sentire, più che della modalità del suo pensare: modalità che  è propria della disposizione al poetico. Vilderico, che per sua natura, scelta e cultura, è votato a fare a meno del mondo, viene invece mandato a fare da testimone storico nell'archivio delle ribalderie del mondo, tra le quali è compreso l'uso del veleno, che colpirà anche lui. (A salvargli la vita dopo l'avvelenamento ci penserà provvidenzialmente la prostituta Dorotea, la prostituta gentile). Intercettata la sua corrispondenza con l'abate di Farfa, verrà tacciato di delazione e se la caverà solo perché l'imprevedibile Benedetto IX lo ha preso in empatia, contorta, controversa ed ambigua. Viene rimandato a Farfa, passati però alcuni anni viene richiamato da Farfa perché i superiori e i curiali pensano di potersi servire di lui, dato il suo inspiegabile ascendente sul papa, nell'intento di influire su di lui per condurlo a comportamenti più consoni in termini di opportunità politica: tanto è vero che cominciano  affiancandolo al papa come insegnante di latino.  Insegnare il latino al papa,  proprio a colui  per cui il latino è la lingua della sua stessa essenza! Bisogna ammettere, questa dell'insegnare al papa il latino  è un'invenzione simbolica formidabile.   I due personaggi, è evidente, sono l'uno l'opposto dell'altro. Per legge fisica, oltre che psicologica, essi si trovano ad essere simultaneamente in stato di avversione e di attrazione reciproca. Vilderico dispone dell'intellettualità, ma non del potere, Benedetto IX dispone del potere, ma non dell'intellettualità. Per questo sente il bisogno della presenza al suo fianco di Vilderico. Alla fine del libro, questo disegno conscio ed inconscio di Benedetto IX si avvera: il papa demoniaco si scaglia su una povera contadina per stuprarla e il mite Vilderico, che fa parte del seguito, si avventa su di lui, in preda ad una furibonda energia punitiva, coprendolo di percosse, alla forsennata, senza alcuna reazione di difesa da parte del papa, che in questo modo  ottiene forse quello che voleva. Ma questo è anche ciò che Renzo Rosso ha voluto dirci con il suo libro. Un libro che predilige proprio i personaggi marcati dalla diversità.Vilderico, Benedetto IX e Ildebrando sono individui diversi. Come lo sono altri personaggi: Dorotea, la prostituta gentile (diversa dalle altre prostitute); Arnolfo, il monaco errante; Omar, il giovane schiavo saraceno; Eutimio, l'eretico  bulgaro; ed anche un cavaliere tedesco. Ma indubbiamente la diversità peculiare è quella di cui sono portatori i tre coprotagonisti. E la loro  specialissima diversità che sta alla base della particolare emblematicità del libro.   Se Vilderico assolve la funzione di personaggio del bene e Benedetto IX quella di personaggio del male, Ildebrando, futuro Gregorio VII, è il loro superatore: colui che intende  collocarsi al di là del bene e del male, naturalmente a fin di bene. Il romanzo non dice che Ildebrando è colui che diventerà il papa risolutore della crisi della Chiesa, ma l'autore sa che il lettore lo sa; e conta proprio su questo per proiettare il teorema, per cosi dire politico-teologico del libro al di là della vicenda descritta dal Trono della Bestia. E' come se Renzo Rosso avesse inteso scrivere un libro in antefatto. Soluzione letteraria di prim'ordine, indubbiamente, anche perché possiamo dire che Vilderico rappresenta l'intellettuale disarmato e Ildebrando l'intellettuale armato in una figurazione tipicamente dureriana, il cui titolo potrebbe essere: 'l'intellettuale e i due papi'. Indubbiamente l'allegorismo di questo libro è estremamente complesso, perché fornisce materia da catastrofe ovviamente, a cui fa da sfondo una figurazione ambientale corrispondente nella  rappresentazione - a sua volta dantesca dureriana e piranesiana - di una Roma immortale ed infernale, piena di chiese e di bestemmie, sacrale e al tempo stesso dannata. Città di palazzi sontuosi e di cloache, città delle grandezze e delle rovine: una Roma da ultimi giorni del mondo. Ed è dalla Roma concepita  e sentita in questa maniera che spira il vento emozionale entro il quale si agita lo spirito poetico del libro. E' una temperie costante di struggimento, di pietà, di amarezza e di dolcezza, che trova il suo centro nella figura di Dorotea, portatrice di salvezza corporale e spirituale….Viene da pensare che la Bestia sul Trono ha trovato in questi due, Vilderico e Dorotea, le vittime ideali di cui nutrirsi, inghiottiti dalle fauci dell'Apocalisse nel solo giro di tempo che si richiede a un Amen…..

Altre recensioni di Stefano Giovanardi, Elvio Guagnini, Mario Turello. 


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