Ed.Emaudi. Ha scritto Italo Calvino: Uno sguardo
che parte da milioni d'occhi e spazia a trecentossessanta gradi sul
mondo: lo sguardo stesso della natura, o del tempo, per cui gli
accadimenti umani non occupano che un frammento del quadro, ma non per questo la loro percezione è meno
precisa e la ferocia che da essi si sprigiona è meno assoluta.
Renzo Rosso per dire ciò che gli sta a cuore prende la massima
distanza, esce da se stesso, si situa nel punto più remoto, come
tempo storico e come prospettiva gnoseologica. E quando è un
personaggio umano che pone al centro del quadro, operaio del cantiere
delle piramidi o filosofo tedesco che medita passeggiando su un molo
del
Baltico, la passione che essi investono nella loro fatica o nella loro
speculazione non fa che rispondere a forze della natura che agiscono
attraverso di loro . . . Il punto che Renzo Rosso prende di mira
è il cuore incandescente del nostro "qui e ora", là dove
la vita è insostenibile . . . Con questo libro, confermando la
serietà del cammino intrapreso negli altri suoi, egli si
classifica come uno scrittore che non somiglia a nessuno:
un'immaginazione sempre ad alta tensione, nutrita insieme di precisione
intellettuale e di accanita immedesimazione nel vivere la storia
naturale e la storia umana come offesa, dilaniamento, strazio.
Da
un articolo di Luigi Compagnone, apparso sulla terza pagina del
Corriere della Sera del 26 agosto 1974: Questa
mia non vuol essere un'altra recensione del libro, ma, al più,
una sorta di invito a leggere insieme l'ultimo racconto, che si
intitola
"Patria"…...In esso non si fa mai il nome Italia, il nome Roma, il nome
fascismo, dato che lo "scandalo della storia", e della nostra storia,
ci viene rappresentato, come ha scritto Calvino, con una lunga sdegnata
didascalia teatrale dove maschere di guardiani e di servi si preparano
riluttanti a uno spettacolo che forse non avverrà mai. Maschere,
queste di Rosso, inanomine, atrocemente immobili su di uno scenario
accidentato, dove la luce esterna arriva per spiragli attraverso ampie
polverose finestre, si posa su tendaggi pesanti, non illumina il
paesaggio che si immagina stia fuori, dietro le quinte. Pareti di
legno, di pietra, muffita umidità, tavoli, mensole, divani
afflosciati, inginocchiatoi, stipi ripieni di reliquie, quadri con
diplomi: questo lo scenario. Uno scenario, direi, da mistero degradato.
Gonfio di simboli perversi, oscuri e trasparenti insieme. Dove la morte
finge squallide, solenni figurazioni di vita…..scheletri, che hanno i
propri doppi davanti, rivestiti di pallide carni, pronti a filastrocche
dai significati incerti, a fiabe patetiche, a gesti oscenamente bonari.
Vivono, su questi scheletri, decorosi patriarchi seduti in penombra,
incipriati sciolti nel porgere, con accanto bauli ripieni di giacchine,
alamari, nappe, sottane, braghe, cappe, berretti con le greche,
scapolari, nasi finti, parrucche, 'elmi di vari eserciti per ogni
evenienza'. Ossia per ogni travestimento possibile….. Una vista
insostenibile, ha scritto Calvino. Insostenibile, perché il
grand-guignol della nostra storia è stato colto da Rosso nel
momento più accecante del suo orrendo spettacolo; un gotico
degradato da buffonesche apparizioni. Da comiche insudicianti epifanie.
Dall'improvviso balletto mimato e danzato del Buffone Padre…..
Né
nomi, né conclusioni nella "storia" o spettacolo di Renzo Rosso.
Anzi esso non è mai avvenuto, ne abbiamo visto soltanto la
didascalia, i colori, le orride maschere, e al momento del crollo,
quattro nuove figurazioni, quattro cani emersi da una botola, gli occhi
rossi di odio contro i loro grotteschi, feroci custodi…..E' così
dunque che lo scrittore Renzo Rosso ha "fatto" anch'egli storia: a suo
modo, in maniera 'indiretta, ossia adoperando con arte grande una fitta
struttura di emblemi e di simboli, di figurazioni fantastiche che fanno
pensare ai tremendi "capricci" di Goya, agli omuncoli e ai giganti di
Jonathan Swift.
Si sono lette recensioni di Arnaldo Bocelli, Michele Sovente,
Antonio De Benedetti, Roberto Lamantea, Roberto Cantini, Geno
Pampaloni,
Vico Faggi, Gabriella Sica, Luigi Surdich, Stelio Crise, Ferdinando
Giannessi, Enzo Golino, Ferdinando Albertazzi, Osvaldo Guerrieri,
Ferdinando Virdia, Yves Laplace.